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Mauro Secci: l’importanza sociale della caccia in Sardegna

Mauro Secci: l’importanza sociale della caccia in Sardegna.
Laconi- Mauro Secci coordinatore di Laconi e paesi limitrofi di Energie per l’Italia, Sardegna, tecnico del centro studi agricoli della Sardegna e candidato alle prossime elezioni regionali, che si terranno il 24 febbraio, continua con l’azione di tutto il centro a far emergere le problematiche e le esigenze dei territori e sopratutto delle nostre campagne.
Secci, tra le varie problematiche fa emergere la presenza infestante del cinghiale, della volpe e purtroppo, in certe zone anche del cervo.
Oggigiorno gli allevatori e gli agricoltori si trovano a fare i conti con animali selvatici che distruggono le coltivazioni, recinzioni, attaccano le greggi, creando un grosso danno economico che, nonostante sia previsto dalla legge, non viene mai risarcito e solo l’azione dei cacciatori permette di ridurre i danni causati dalla selvaggina infestante.
Il progressivo abbandono delle campagne, l’assenza di animali domestici al pascolo ne ha permesso la crescita incondizionata.
Secci soprassiede alle problematiche agricole schierandosi dalla parte dei cacciatori, sia riconoscendo come diritto atavico quello del cacciatore, menzionando il fatto che l’uomo si è evoluto cacciando e un bravo cacciatore garantiva anche la sussistenza della famiglia, sia per riconoscere il fatto che con questa azione si riduce il numero degli animali infestanti sopra citati, in più il cacciatore controlla e presidia il territorio.
Bisogna sfatare il mito che questa passione denoti una sorta di odio verso la natura, poiché, ed è dimostrato negli anni, gli stessi cacciatori a loro spese, si sono impegnati a ripopolare con selvaggina i territori carenti: si dimostrano allo stesso tempo ambientalisti, perché con il loro monitoraggio permettono anche un intervento tempestivo nell’insorgenza di un incendio e sicuramente sono i primi ad intervenire in caso di emergenza.
Da ricordare l’episodio di questo settembre, quando una sentenza del T.A.R. faceva chiudere la caccia a lepri e pernici dietro la spinta delle associazioni animaliste: dove sono le associazioni quando scoppiano gli incendi? Se non i cacciatori, chi interviene tempestivamente?
La caccia è un tramandarsi di tradizioni ed esperienze e, in quest’epoca tecnologica dove tutto avviene sui social, costringe le persone ai normalissimi rapporti umani che si stanno perdendo: più in generale, ma sopratutto la “caccia grossa” è una festa.
Ne consegue da tutto questo che la funzione sociale del cacciatore non è da mettere in dubbio.
In Sardegna ci sono più di 40.000 (quarantamila) cacciatori e il numero è in aumento, mentre nelle altre parti d’Italia il numero è in calo.
Gli stessi pagano tasse e diritti vari allo stato, portando alle casse un introito non indifferente: un indotto considerevole, armerie, rivenditori di attrezzature sportive, veterinari, allevatori e addestratori di cani, mangimifici etc. che senza la caccia non avrebbero introiti.
La profonda crisi economica ha provato disastrosamente l’allevamento canino, e nonostante tutto la caccia riesce a dare un po’ di ossigeno anche a questo settore: una risorsa economica che va salvaguardata, tutelata e sfruttata.
Secci afferma che i 40.000 cacciatori presenti in Sardegna spendono per questa passione, tra tasse, assicurazioni, vestiario, auto, etc. un minimo di 150 (centocinquanta) euro a testa, creando un indotto di 6.000.000 (sei milioni) di euro. Secci punta il dito su associazioni animaliste e Regione che non si è mai preoccupata di fare un piano per monitorare la selvaggina, cosa che si sarebbe potuta concordare con le associazioni di cacciatori, arrivando a dati altamente attendibili e conclude ribadendo che i Sardi continuino ad avere il diritto di andare a caccia e che Sardegna continui ad avere i cacciatori.

Ufficio Stampa EPI Sardegna

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